I SOCIAL + L’ELETTRICITA’ NON FANNO IL SOCIALISMO

 

Non è un fatto di slogan, né tanto meno una questione di opinioni, è un fatto politico.

 

Lui possiede la tecnica, senza troppo cuore né anima, tecnica e idee. Si comincia dai numeri e si crea un moltiplicatore, un fenomenale moltiplicatore, il Frankenstein comincia a prendere vita e, cresce, sempre di più. Ogni singolo pezzettino si moltiplica e riproduce infinite volte, magicamente, non ha bisogno di molto. Si nutre di una e una sola cosa, reperibile più o meno ovunque e, più o meno, a buon mercato, NOI.

 

Una sinergia perfetta, se Noi non ci siamo lui non è, se lui non c’è, Noi non siamo.

 

Qualcuno comincia a chiamarlo “Social”. La parola in sé è bellissima, evoca tutto quello che di più giusto si possa desiderare, “sociale”. Un modello o un sistema che pensa quindi a tutta la popolazione e ne interpreta e soddisfa i bisogni.

 

Nessuna discriminazione, nessuna differenza, dietro allo schermo più che davanti alla legge, siamo tutti uguali.

 

Il moltiplicatore diviene quindi un moltiplicatore sociale, un aggregatore sociale. La nostra creatura inverte e ridisegna un’equazione storica passando dal socialismo scientifico a quello utopistico e, da qui, va oltre e oltrepassa il confine tra utopia e realtà (forse era meglio verso l’infinito e oltre?).

 

Non solo teoria, la teoria è bella d’accordo ma è roba da intellettuali, la vita è un’altra cosa no?

 

Prendo a prestito le parole di Petri “…un intellettuale è qualcuno che si fa in serra, le cose gliele raccontano, la sua soggettività non è mai in gioco, e sarà sempre se stesso, senza dubbi, anche ove ponesse in dubbio tutto intero il suo stare in serra, vive per la sua funzione e la tiene bene al riparo dalla vita”.

 

Dunque, la realtà dei fatti, o se vogliamo, l’aspetto pratico, è che senza bisogno di spostarsi né di compiere grandi sforzi, siamo tutti parte della creatura, siamo ognuno un singolo respiro di quella creatura, siamo finalmente parte di una comunità sociale potenzialmente mondiale. Ci scambiamo idee, messaggi, ci diamo una mano, ci informiamo a vicenda, ci scambiamo immagini, sogni, baci e abbracci, ci sentiamo forti, come le singole dita di una mano, di per sé fragili, una volta chiuse a pugno, forti.

 

Siamo finalmente una comunità, quello di cui in realtà abbiamo più bisogno, in questo nostro mondo che sempre di più mette al centro l’individuo come singolo e quindi, in fondo, solo.

Essere parte di una comunità diviene oggi più che mai, fondamentale. Non l’individuo ma la comunità.

 

Comunità è ciò a cui gli individui appartengono.

 

Usando come lente di ingrandimento Bauman, quello che appare nitido al di là del vetro è più o meno questo, ma questi nostri “Social”, sono davvero ciò a cui appartengono gli individui? O invece, a ben guardare, sono i “Social” che appartengono agli individui?

 

Insomma, il pallone è uno, eppure tutti possono smettere di giocare quando vogliono e portarsi a casa il proprio pallone con la convinzione che, senza quel pallone, neanche gli altri potranno più giocare.

 

C’è una missione da compiere, dentro ai centri commerciali, fuori dalle televisioni, nel cuore delle piazze, sui bordi dei muretti, nelle panchine vuote, nelle giornate di sole, nei pomeriggi annoiati.

 

Usciamo fuori, la vita è da un’altra parte. A.R.C.I. Trequanda è con VOI.